Paesaggi

  • La lettura del paesaggio

    I bisogni fondamentali dell’ essere umano, come di qualsiasi altro essere vivente, sono collegati al bisogno di abitare qualche luogo del nostro mondo.
    Il risultato dell’interazione tra l’uomo e la natura che egli ha abitato è il mondo che oggi abitiamo, determinato dal complesso di eventi legati alle peculiari situazioni fisiche, storiche, culturali, economiche e sociali proprie di ogni luogo e tempo.
    Gli uomini hanno lottato per difendere ed estendere i loro territori, la cui occupazione è stata celebrata e perfezionata con parole, edifici, monumenti e, in alcuni tempi e luoghi particolarmente favorevoli, con giardini in cui alberi, acque, fiori e pietre sono stati raccolti e ordinati in modo da rappresentare una estensione dell’uomo stesso sulla faccia della terra.
    Chi intendesse oggi fare altrettanto si troverebbe nella posizione appassionante di chi deve dare forma non solo a necessità materiali, ma anche psicologiche, combinando la propria sensibilità e competenza con i bisogni altrui, vivendo nello stesso tempo tutte le difficoltà legate alla confusione dei gusti e degli stili e al fatto che si sono persi riferimenti culturali e modelli compositivi.
    D’altro canto deve esistere un ragionamento fondato su motivazioni logiche e riflessioni intelligenti tale da essere utilizzato come metro di giudizio per giudicare ciò che si vede e ciò che si fa; non la ricerca in chiave trattatistica di modelli fissi e invariabili, ma qualche norma di buona educazione paesaggistica: se un oggetto o un paesaggio ci sembrano belli, se una cosa che vediamo ci dà piacere immediato, ciò è dovuto alla nostra storia e cultura personale, ai luoghi e ai tempi che viviamo, ma in buona parte anche a motivi oggettivi.
    Accanto alle risposte che coinvolgono le istituzioni politiche, economiche ed urbanistiche, quella individuale non può che avvenire da un cambiamento delle aspirazioni e dei modelli diffusi: la bellezza che ci interessa è quotidiana, è quella del paesaggio “domestico” composto dal dentro e dal fuori delle nostre abitazioni, dalle strade che normalmente percorriamo, dai luoghi che ci sono consueti e cari. Essa, quando esiste ed è godibile da tutti, è simbolo di grande democrazia: in questo senso rappresenta un valore umano e sociale incomparabile e forse detiene quel potere nobilitante che le attribuivano classici e romantici.
    “Il benessere che deriva dalla bellezza non è soltanto un problema economico e sociale, ma anche un problema psicologico. L’anima che viene trascurata - sia nella vita personale che in quella comunitaria – si trasforma in un bambino rabbioso. Aggredisce la città, l’ambiente che l’ha depersonalizzata con una rabbia depersonalizzata, una violenza contro quegli stessi oggetti – le facciate dei negozi, i monumenti nei parchi, gli edifici pubblici – che rappresentano l’uniforme assenza di anima.”
    Nelle banlieau quella parte di noi alla quale la città e l’ambiente degradato non parla, quel’ anima dentro di noi, di fronte all’uniformità e impersonalità dei grandi muri e dei grattacieli, alla deturpazione della cultura, allo sfacelo paesaggistico, distrugge ciò che non può comprendere: le gelide realizzazioni della mente, lo sterile potere della volontà che non riflettono i bisogni dell’anima.
    Sugli effetti benefici della bellezza non c’è da dubitare: dà ad esempio identità e sicurezza, come sa chi è nato in una bella casa, in un bel paese, in un bel contesto naturalistico. Induce inoltre ad una maggior cura: infatti amare le cose ( quelle che contribuiscono alla bellezza civile, cose che per natura o costruzione fanno parte della storia di un popolo, ne rappresentano la cultura e il grado di civiltà) significa provare piacere a dividerle con gli altri. Il sentiero sterrato tracciato sul dorso delle colline marchigiane non è soltanto una bella immagine, ma la sintesi di ipotesi funzionali efficaci ed “economiche” escogitate dall’uomo nel tempo per risolvere la necessità di collegamento, segno indennitario con la funzione di approccio libero, differenziato, storicamente tradizionale, con la capacità di trasmettere un messaggio sugli antichi usi, sulla’ antico modo diverso di vivere la campagna; il “segno” limite tra terra e cielo idealizzato dalla poetica di Leopardi o la sintesi astratta del “segno e non sogno” di Osvaldo Licini.
    Pasolini nel suo intervento in “Io e…” - che appartiene ad una serie di documentari RAI degli anni ’70, dove veniva chiesto di volta in volta a vari esponenti della cultura italiana di scegliere l’opera d’arte prediletta e di parlare dei motivi per cui l’amavano – sceglie di parlare della “Forma della città”, in particolare del profilo di due cittadine: Orte e Sabaudia, la prima medievale, l’altra voluta dal regime fascista. Nella prima parte, dedicata ad Orte, si apre la visione del paesaggio viterbese nei cromatismi dell’autunno e in una luce grigia.
    Sulla superficie del cielo, si staglia la città di Orte, che sorge in cima alla collina dominante l’intero paesaggio.
    Pasolini inquadra la città nell’armonia del paesaggio naturale, dove le forme urbane medievali si disegnano e si modellano perfettamente lungo la linea delle colline e del bosco. Ma quando la mano del regista muove l’obiettivo, ecco che “la forma della città, il profilo della città, la massa architettonica della città è incrinata, è rovinata, è deturpata da qualcosa di estraneo”, ossia si rivela l’intrusione stridente di un grattacielo popolare costruito senza alcun criterio estetico, senza nessun rispetto per la conformazione del paesaggio. Ecco che dove la città “all’estrema destra, finisce con uno stupendo acquedotto su quel terreno bruno”, ecco che hanno proliferato dei brutti casamenti moderni. Inquadrato in primo piano, Pasolini spiega il motivo del suo “dolore”, dell’”offesa”, della “rabbia” che prova di fronte a quella visione: è la scoperta cruda e drammatica di un cancro: la speculazione edilizia selvaggia e indiscriminata nel caso specifico dell’Italia ma, in generale, la barbarie della modernità e dello “sviluppo senza progresso”.
    Con straordinaria modernità: “Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende e che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città”.
    Evoca esempi di guasti arrecati dalla modernità nei paesi che aveva percorso durante i suoi viaggi recenti: questa divagazione verso i luoghi del Terzo Mondo è una drammatica conferma che non esiste alcuna possibilità di evadere dalla metastasi di globale indifferenza devastatrice verso la bellezza e la cultura del mondo antico.
    E a proposito della Sabaudia “fascista” constata che, pur essendo creata dal fascismo, non ha nulla di fascista se non dei caratteri esteriori: “ Il fascismo, il regime fascista, non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere. E questo gruppo di criminali al potere non ha potuto in realtà fare niente, non è riuscito a incidere, nemmeno scalfire lontanamente la realtà dell’Italia. Sicchè Sabaudia (…) non trova le sue origini nel regime che l’ha ordinata, ma trova le sue radici in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire.(…)
    Ora invece succede il contrario. Il regime è un regime democratico (…) però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente differenziato. E allora questa acculturazione sta distruggendo, in realtà, l’Italia; allora posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che, in fondo, non ce ne siamo resi conto, è avvenuto tutto in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni. E’ stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. Adesso, risvegliandoci forse da questo incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.”
    “A distruggere città e paesaggi hanno contribuito non solo una mentalità puramente merceologica che ricerca nella speculazione fonte di facile guadagno, ma la perdita del senso collettivo dell’armonia, dell’unità del fare e la formazione di una cultura fortemente …. L’unità del sentire tra coloro che provano “quel” tipo di gioia è un piacere unico, ma pieno di elementi universali, base di quel sentimento comunitario della bellezza che ci sforziamo di recuperare o almeno di insegnare ai nostri figli. E’ impossibile capire la bellezza di un manufatto senza amarlo: in tal caso non lo si vedrebbe nemmeno.
    Le cose ci parlano con lingua limpida e chiara: la comprensione di quel linguaggio è alla base del piacere nel guardare e di ogni propensione amorosa per il fare… Non c’è arte se non c’è piacere nel farla: un piacere non solo intellettuale, ma che ci sa prendere nella nostra interezza, con veri e propri processi di innamoramento verso le forme che noi stessi o altri siamo riusciti a creare con abilità… Il piacere della bellezza, anche come dimensione erotica della vita: la gioia di creare una forma, di tirarla fuori da una tela o da un foglio di carta lucida, il rischio di avventurarsi in una nuova esperienza, di vedere le proprie mani e il cervello muoversi all’unisono e provare un’eccitazione che lascia storditi.”
    Ma l’amore non basta: “occorre che ci siano conoscenza delle tecniche e delle altrui opere… Occorre l’ispirazione ( il fuoco interiore che brucia dei romantici o l’equilibrio interiore che permette di capire la natura dei classici), quella cosa in più che fa si che chi la possiede sappia superare i limiti pesanti che il tempo ci pone, trasmettendo alla materia non solo una forma, ma un corpo interno, un linguaggio che si diffonde a chi guarda…
    …Il bello è là dove si vede il lavoro della mente, dell’animo e delle mani; dietro la bellezza si sente sempre l’intelligenza della scelta …
    Se a pochi è dato il talento, la capacità di creare opere grandi, a tutti noi resta la grande gioia di fare con cura, di mettere a frutto la maestria , di legarla con le sensazioni, per giungere a quella naturalezza espressiva che è una dote acquisita con il tempo. Se non siamo in grado di creare il sublime sforziamoci di creare il piacevole: spazi degni di essere amati, ricordati, luoghi del sentimento e della ragione. ”
    Il fare senza cura è una delle principali cause del disastro dell’edilizia e del degrado del territorio italiani: chi non è stato capace di soffermarsi neppure un momento a guardare uno scorcio di fiume che entra nel mare, una collina pettinata dai filari di vite in un tramonto di fuoco, una piccola chiesa di mattoni che con grazia riversa la propria forza sulla piazza circostante, costui ha costruito senza amore per la propria terra e la propria storia.
    La naturalezza viene considerata normalmente un spontaneità originaria, non deformata, a cui l’uomo deve collegarsi nella propria ricerca della verità e della realtà; non possiamo pensare che sia una dote solo istintiva, ma piuttosto una qualità che si raggiunge in fase matura poiché sottintende una conoscenza profonda, quella che permette di muovere le mani con maggiore libertà, ottenendo quella spontaneità che si ha quando le parti di un quadro, di una architettura, di un giardino danno luogo ad una forma così compiuta da non poter essere diversa. Come la natura che è così come è.
    “I Romani leggevano i luoghi come i volti delle persone: come manifestazioni esterne di uno spirito interiore vivente. Ogni luogo, come ogni persona, aveva il suo genio individuale che si manifestava con modi e caratteristiche peculiari… Secondo l’antica scienza cinese dei venti (feng) e delle acque (shui), la terra è attraversata dal respiro della natura: i siti propizi per ogni costruzione si trovano dove le diverse correnti si incrociano; l’arte del feng-shui, come quella dell’agopuntura, consiste nello scegliere esattamente il posto giusto…
    Nell’Inghilterra del ‘700 la natura era considerata come una forza immanente che tendeva alla perfezione, ma che poteva essere deviata dal suo corso da infelici accidenti… Interrogare il genio del luogo significava cercare di comprendere la potenziale perfezione naturale di un luogo e aiutarla ad emergere, se necessario, mediante interventi discreti.
    Alla base di queste metafore e costruzioni mitologiche c’è il fatto semplicissimo che ogni sito possiede caratteristiche geologiche, idrogeologiche, botaniche, climatiche, architettoniche sue peculiari. Se le portiamo alla luce, rispettando la vocazione del luogo, scopriamo di volta in volta promesse di ordine formale o di ricercato naturalismo.”
    Il progetto deve pertanto cercare il riequilibrio e soluzioni caute, naturali, in cui l’innovazione sia comunque partecipe dei significati, palesi o latenti dell’ambiente, rifuggendo concettualizzazioni spinte e false. Il progetto ha l’obbligo di verificare la compatibilità linguistica degli elementi posti in rapporto con la molteplicità delle componenti, più o meno forti e significative, e dei valori o disvalori estetici dell’ambiente di riferimento.
    E’ un approccio consapevole per cui l’ambiente deve essere il risultato oltre che di istanze utilitaristiche, economiche, politiche e funzionali, anche di istanze emotive; che riconosce che ogni ambiente, ogni contesto geografico e culturale, è portatore di valori unici e irripetibili che ne costituiscono l’identità: all’analisi ne spetterà l’individuazione, al progetto l’interpretazione.
    Esiste “un’arte del rapporto (primo requisito della progettazione ambientale) il cui scopo è quello di prendere in considerazione tutti gli elementi che concorrono a definire uno specifico ambiente: gli edifici, la vegetazione, l’acqua, il traffico, e così via non sono che tasselli di una unica rappresentazione scenica.
    …si dovrà allora privilegiare l’emotività delle componenti nel loro complesso e allo stesso tempo favorire la suggestione del simbolo, l’enfasi del potenziale, la risemantizzazione dell’esistente, affinché ogni cosa abbia un proprio carattere, una personalità: il riconoscimento di un genius lochi”
    Così oltre al complesso di fattori legati alle peculiari situazioni fisiche, storiche, culturali, economiche e sociali, la progettazione deve tener conto anche di quelli che ineriscono in modo specifico l’applicazione della disciplina: le esigenze peculiari di ogni essenza, quelle dettate dalla composizione e organizzazione del verde, assumendo “la pianta” quale elemento costruttivo e compositivo del paesaggio, cosicché dietro ogni scelta si scorgano le motivazioni, il filo conduttore che lega le idee, le scelte alle cose, rifiutando lo standard e la casualità .
    Ogni esemplare va collocato motivando la scelta sia da un punto di vista tecnico-scientifico - facendo riferimento al microclima della zona, alla struttura del terreno, alla compatibilità con le altre essenze presenti, alle distanze da rispettare nella piantumazione, ecc. - che da un punto di vista estetico e formale -si pensi alla varietà di forma, profilo, volume, colore, profumo offerte dalle diverse essenze e dalla grande variabilità di risultato ottenibili-.
    Un risultato che tenga conto di questi elementi, oltre ad essere corretto dal punto di vista squisitamente botanico, otterrà risultati in grado di suscitare emozione, di produrre sensazioni che invitano alla partecipazione del paesaggio; un viale alberato di tigli, un boschetto di lecci, l’accostamento di olivi a cipressi o di palme ad oleandri: queste immagini, di cui ciascuno ha fatto esperienza nella propria vita, si fissano nei ricordi e riescono anche a distanza di tempo a suscitare forti emozioni.
    Questa mentalità paesaggistica - e l’umiltà di approccio che comporta - rifuggirà dagli atteggiamenti stravaganti, che ricercano esclusivamente “l’immagine” quasi essa fosse fine a se stessa, dagli effetti scenografici, dalle mode, dalla gratuità.
    Il paesaggio è una risorsa trasformabile, ma non rinnovabile, che va protetta nella sua evoluzione; il che significa che ogni sua trasformazione deve essere compatibile e sostenibile. Compatibile con la morfologia e l’assetto dei luoghi, con la storia che ha determinato l’aspetto attuale e con l’aspetto futuro dei luoghi (in caso di mantenimento o trasformazione). Sostenibile in quanto è rapportato alla vita ed al lavoro degli uomini che in questi luoghi vivono e lavorano e di quanti vi vivranno e lavoreranno in futuro. Le tre parole chiave sono dunque conservare, recuperare e innovare.
    “Bisogna saper leggere i luoghi, studiare a fondo non soltanto il fazzoletto di territorio nel quale si vuole costruire qualcosa di nuovo, ma anche tutto quello che c’è attorno, capire quali sono le sue specificità, qual’è l’immagine che le persone che lo abitano ne hanno… Ogni segno che decidiamo di lasciare sul territorio deve dialogare con quelli lasciati dai nostri predecessori e dalla natura. Se invece non se ne tiene conto, se cancelliamo tutto, non avremo lasciato un segno ma una ferita…
    Sono deleterie le opere di certi architetti gridati che fanno monumenti di loro stessi creando edifici autoreferenziali, assolutamente sganciati dal contesto. Come pure tutti i tentavi di “rifare in stile”…E’ assolutamente vero: ogni trasformazione deve avvenire senza che venga stravolta l’identità profonda di un luogo, che è data non soltanto dalle cose che ci sono, ma anche dalle relazioni che tra esse intercorrono…”

    1. Mauro Agnoletti e altri, Documento tematico gruppo di lavoro “Paesaggio” Piano Strategico Nazionale, Programmazione sviluppo rurale 2007-2013
    2. James Hillman, Politica della bellezza, Moretti & Vitali 1999
    3. Giovanna Franco Repellini, Una casa non è una tazza, Franco Angeli 1995
    4. C.W.Moore, W.J.Mitchell, W. Turnbull jr, La poetica dei giardini, Franco Muzzio Editore 1991
    5. G. De Ferrari, V. Iacomussi, C. Germack, O. Taurini, Il Piano Arredo Urbano, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994
    6. Ippolito Pizzetti, Raccontare il progetto per disegnarne il racconto, Acer 1/1993, Il verde editoriale

  • Il valore del paesaggio

    Il termine paesaggio deriva dal latino pagensis, aggettivazione di pagus, pietra di confine, villaggio, cioè parte di territorio naturale colonizzato e abitato dall'uomo, che lo localizza come proprio territorio. Il paesaggio non è l'ambiente naturale, ma è il luogo dove la storia umana si è sviluppata ed ha lasciato le sue tracce.
    Fino a pochi anni fa, parlando di qualità del paesaggio, ci si riferiva alle sole componenti relative agli assetti urbani e ai beni architettonici; quando i fenomeni negativi si riferivano al paesaggio rurale erano spesso presentati come degradi ambientali, non comprendendo che anch’esso è un paesaggio culturale costruito nei secoli.
    Ogni paesaggio narra il proprio carattere. I luoghi sembrano le pagine di un racconto i cui episodi spaziali puntuali sono coerenti gli uni agli altri, portatori di valori unici e irripetibili e legati da una sorta di filo conduttore che attribuisce loro una forte identità, risultato, oltre che di componenti utilitaristiche, economiche, politiche e funzionali, di componenti emotive; è in grado di suscitare emozione, di produrre sensazioni che invitano alla partecipazione del paesaggio.
    La suggestione percettiva dei luoghi del paesaggio rurale marchigiano nasce dalla sua forte personalità, identità. Il susseguirsi di dolci pendii e formazioni calanchive, le docili valli disposte a pettine perpendicolarmente alla linea costiera, le zone boschive ai margini dei fossati, il mosaico di forme e colori dei poderi di piccole dimensioni si fissano nei ricordi e riescono anche a distanza di tempo a suscitare forti emozioni.
    Il valore di un paesaggio dipende dalla sua integrità, qualità scenica, rappresentatività, naturalità, interesse storico. In una generale situazione di crescente scarsità di paesaggi integri, anche il più modesto di essi viene avvertito come raro e dunque di valore: forse l’integrità costituisce il requisito più importante del valore del paesaggio.
    Il paesaggio è una risorsa trasformabile, ma non rinnovabile, che va protetta nella sua evoluzione; il che significa che ogni sua trasformazione deve essere compatibile e sostenibile. Compatibile con la morfologia e l’assetto dei luoghi, con la storia che ne hanno determinato l’aspetto attuale e che ne determineranno l’aspetto futuro. Sostenibile in quanto è rapportato alla vita ed al lavoro degli uomini che in questi luoghi vivono e lavorano e di quanti vi vivranno e lavoreranno in futuro.
    “Bisogna saper leggere i luoghi, studiare a fondo non soltanto il fazzoletto di territorio nel quale si vuole costruire qualcosa di nuovo, ma anche tutto quello che c’è attorno, capire quali sono le sue specificità, qual’è l’immagine che le persone che lo abitano ne hanno…Ogni segno che decidiamo di lasciare sul territorio deve dialogare con quelli lasciati dai nostri predecessori e dalla natura. Se invece non se ne tiene conto, se cancelliamo tutto, non avremo lasciato un segno ma una ferita… Ippolito Pizzetti, Raccontare il progetto per disegnarne il racconto, Acer 1/1993, Il verde editoriale.
    Il paesaggio non è più da considerarsi un bene da sfruttare a prezzo di gravi e a volte irrecuperabili depauperamenti; deve essere invece gestito come un vero e proprio patrimonio di fattori capaci di produrre una reale moltiplicazione di ricchezza, se valorizzati nel rispetto delle loro peculiarità ed eccellenze.
    La qualità del paesaggio può fornire un apporto sostanziale al decisivo equilibrio tra attività economiche e protezione dell'ambiente.
    Il paesaggio, come recita la Convenzione europea del Paesaggio, "rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale e contribuisce così al benessere individuale e sociale". Questa affermazione non va letta nei semplici termini di un romanticismo naturalistico.
    Il paesaggio è un "bene" la cui qualità, sempre più ricercata, può favorire guadagni direttamente legati alle risorse territoriali di cui è più immediata espressione: dalle rendite fondiarie a quelle turistiche, alla produzione di beni materiali esclusivi ad alto valore aggiunto e difficilmente imitabili, come quelli di tipo agroalimentare, artigianale, industriale e nel settore dei servizi.
    La Convenzione assume quindi come principio fondamentale che il paesaggio rappresenti una risorsa economica specifica proprio quando viene rispettato; è pertanto prioritario investire in esso politicamente. Un investimento sul paesaggio diventa quindi a tutti gli effetti un investimento anche economico che si riverbera sulla vita stessa di un territorio.
    Le connessioni tra la dimensione paesaggistica e territoriale e quella economica diventano evidenti. In definitiva, l'azione umana non si può disgiungere dal paesaggio inteso nella sua complessità e complessività. Per capirci: se su un lottizzino di terreno viene fatta una speculazione edilizia, o di destinazione d’uso, ci sarà un apparente vantaggio particolare per qualcuno, subito, in quel delimitato episodio, ma alla fine tutto il territorio perderà in qualità anche per colpa di quel’ intervento, il quale arriverà a pagare le conseguenze a sua volta della perdita di ricchezza globale di cui è causa. Se sostituiamo al lottizzino e alla piccola speculazione edilizia che lo riguarda gli ettari di pannelli fotovoltaici che rischiano di essere istallati l’entità del danno di questa intrusione stridente è presto fatta.
    Se il valore del paesaggio è un derivato della sua qualità, rarità e integrità non ha alcun senso accettare questa neo-colonizzazione energetica che devasta il paesaggio per la quale, nel migliore dei casi, a trarre modesti benefici sono i soli proprietari terrieri, spesso annichiliti dal miraggio del guadagno facile dell’indennizzo dei terreni. A volte non c’è nemmeno questo, perché le aziende produttrici di energie rinnovabili acquistano direttamente il terreno su cui localizzare l’impianto.
    Il fatto che la bellezza di un paesaggio sia un bisogno e abbia quindi anche un valore economico è ormai oggetto di studio.
    Francesco Marangon e Tiziano Tempesta, economisti agrari, hanno stimato quanto vale la bellezza di un vigneto: circa mille euro all’ettaro. (Marangon F., Tempesta T., L’impatto paesaggistico della viticoltura collinare. Una valutazione economica in zona DOC del Friuli – Venezia Giulia. in: (aut. cit., a cura di) La valutazione dei beni ambientali come supporto alle decisioni pubbliche, Forum, Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2001).
    Il vino, l’olio, l’accoglienza di Umbria e Toscana valgono economicamente in maggior misura di prodotti equivalenti di altre zone perché a fare la differenza è proprio il paesaggio che li produce, creando valore aggiunto.
    Sul fatto che il paesaggio influenzi anche notevolmente il nostro comportamento, valga questo esperimento descritto dal dott. Diego Tomasi, ricercatore presso l’Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano: a un campione di persone è stato fatto assaggiare del vino dicendo che veniva da un'area vinicola di elevato valore paesaggistico, di cui hanno mostrato una fotografia. Poi hanno fatto assaggiare del vino dicendo che veniva da un monotono vigneto estensivo di pianura senza neanche un filare di alberi. In realtà il vino era lo stesso. A parte un gruppo di esperti enologi, che se ne sono accorti, i non esperti hanno dato un punteggio molto più alto al vino che era stato dichiarato provenire da un luogo bello.
    Nel 2001, in una riunione di viticoltori dei Colli orientali del Friuli a Cividale a uno di essi scappò detto: “Se vogliamo restare sul mercato non basta più produrre vino: dovremo anche produrre paesaggio”.
    Marcheshire. La parola magica la scrisse lo scorso anno il New York Times, e l’associazione immediata andò alla Toscana e al mitico “chiantishire” modello di qualità turistica, sintesi felice di economia, cultura, qualità della vita. Qualcuno dall’altra parte del mondo aveva finalmente nominato qualcosa che appariva un’ambizione solo sussurrata, mai definitivamente compresa e interiorizzata.
    Fu un sussulto di consapevolezza. (Colli C., Marcheshire, Ricerca del consorzio Aaster per l’Assessorato al Turismo della Provincia di Ancona).
    “E’ però necessario che il settore diventi non solo cosciente del valore di questa risorsa, ma anche il primo attore della sua difesa, contrastando i fenomeni a carattere degradativo, le conseguenze di politiche inappropriate, e riappropriandosi del ruolo di attore principale che la storia ha assegnato al mondo rurale per la costruzione e conservazione di questo patrimonio nazionale.” Mauro Agnoletti e altri, Documento tematico gruppo di lavoro “Paesaggio” Piano Strategico Nazionale, Programmazione sviluppo rurale 2007-2013
    Agli amministratori che stanno per scegliere quale paesaggio e quale tipo di sviluppo economico ad esso legato spetta a tutti noi cittadini dell’ascolano, l’auspicio di lavorare responsabilmente per tutti; l’augurio, qualunque sia la posizione che assumeranno, che il loro vicino più prossimo attui, nel proprio lottizzino, quanto essi avranno deciso.

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